Più analizzo partite e più mi convinco che il calcio abbia una caratteristica impossibile da eliminare: possiamo studiarlo, misurarlo e prepararlo nei minimi dettagli, ma non possiamo controllarlo completamente. Esiste sempre una piccola porzione della partita che sfugge a qualsiasi modello. A volte è un rimbalzo, altre volte un infortunio, una scivolata o pochi secondi aggiunti al recupero. Nel 1984, però, bastò qualcosa di ancora più banale: un calciatore che si stava allacciando gli scarpini.
Siamo allo Stadio Olimpico di Roma, il 30 maggio 1984. Roma e Liverpool stanno giocando la finale di Coppa dei Campioni. Per i giallorossi è una notte irripetibile perché possono diventare campioni d’Europa nel proprio stadio. La squadra di Nils Liedholm possiede giocatori straordinari come Falcão, Bruno Conti, Roberto Pruzzo, Toninho Cerezo e Francesco Graziani. Dall’altra parte c’è il Liverpool di Joe Fagan, una macchina europea abituata a queste serate, con Souness, Dalglish, Rush, Hansen e Grobbelaar.
Dal punto di vista tattico parliamo di un calcio molto differente da quello attuale. La Roma di Liedholm partiva da una struttura riconducibile al 4-3-3, con Falcão e Cerezo determinanti nella gestione del pallone e Conti libero di creare superiorità attraverso accelerazioni e dribbling. Il Liverpool utilizzava prevalentemente un 4-4-2, estremamente organizzato, con Dalglish vicino a Rush e un centrocampo guidato dalla personalità di Graeme Souness.
Liverpool passa in vantaggio con Phil Neal. Roberto Pruzzo pareggia prima dell’intervallo. La partita rimane sull’1-1 per tutto il secondo tempo e anche durante i supplementari. Per la prima volta una finale di Coppa dei Campioni deve essere decisa ai rigori.
Ed è qui che entra in scena il caso.
Il primo rigorista designato del Liverpool avrebbe dovuto essere Phil Neal.
Ma Neal sta ancora sistemando gli scarpini.
Steve Nicol decide allora di andare sul dischetto al suo posto.
Calcia.
Pallone sopra la traversa.
Una finale europea ha improvvisamente cambiato direzione perché un giocatore non era pronto a tirare.
Agostino Di Bartolomei segna il primo rigore della Roma e porta i giallorossi in vantaggio nella serie. In quel momento tutto sembra andare nella direzione della squadra di Liedholm.
Joe Fagan si avvicina allora a Bruce Grobbelaar.
Il concetto è semplice: nessuno potrà accusare il portiere se la Roma segnerà, quindi tanto vale provare qualcosa per mettere pressione agli avversari.
Da quella conversazione nasce una delle scene più celebri nella storia delle finali europee.
Grobbelaar comincia a muoversi sulla linea. Piega le gambe, cambia postura, gesticola. È la famosa “spaghetti legs”.
Bruno Conti calcia alto.
Il Liverpool rientra nella finale.
Segnano Souness e Righetti. Poi Ian Rush porta avanti gli inglesi.
Arriva Francesco Graziani.
Grobbelaar aumenta ancora il teatro psicologico. Arriva persino a mordere la rete prima di iniziare il suo movimento con le gambe.
Graziani calcia.
Traversa.
Alan Kennedy ha quindi la possibilità di consegnare la Coppa dei Campioni al Liverpool.
Segna.
Liverpool campione d’Europa.
Ed è qui che trovo questa storia straordinaria. Se Neal avesse terminato di allacciarsi gli scarpini qualche secondo prima, avrebbe battuto il primo rigore. Nicol avrebbe probabilmente calciato dopo. Non sappiamo cosa sarebbe successo, naturalmente, ma sappiamo che la sequenza reale sarebbe stata diversa.
Il paradosso diventa ancora più grande ascoltando Grobbelaar: Alan Kennedy voleva indirizzare il rigore decisivo nell’angolo basso, ma il pallone gli uscì alto. Entrò comunque.
Persino il tiro che decise la Coppa non andò esattamente dove il calciatore voleva.
Questo per me rappresenta perfettamente il calcio.
Preparazione e casualità convivono continuamente.
Possiamo analizzare una partita attraverso xG, possesso territoriale, pressing, PPDA, field tilt, expected threat, transizioni e centinaia di altri indicatori. Possiamo capire quale squadra abbia prodotto più occasioni e quale modello tattico abbia funzionato meglio.
Ma nessuna statistica pre-partita avrebbe potuto prevedere che Neal si sarebbe allacciato una scarpa proprio in quel momento.
Pensiamo alla finale di Champions League del 2008.
Manchester United-Chelsea.
John Terry arriva al quinto rigore. Se segna, il Chelsea diventa campione d’Europa.
Piove.
Terry parte.
Nel momento decisivo il piede d’appoggio scivola.
Il pallone colpisce il palo.
La serie continua e alla fine il Manchester United conquista la Champions.
Quanti milioni di dati sarebbero serviti per prevedere quella scivolata?
Nessuno avrebbe potuto farlo.
Eppure quell’episodio ha modificato la carriera di allenatori, calciatori e club.
Lo stesso principio vale per Manchester City-QPR del 2012. Una partita entrata nella storia per il gol di Sergio Agüero al 93′. Il City sembrava aver perso il campionato, poi Džeko pareggia e Agüero realizza il gol che consegna il titolo alla squadra di Roberto Mancini.
Ogni interruzione precedente, ogni sostituzione, ogni secondo perso contribuisce a costruire il tempo nel quale quell’azione può ancora esistere.
Basta eliminare pochi secondi e probabilmente non esiste più il gol più famoso della storia moderna del Manchester City.
Il Mondiale 2014 offre un altro esempio che considero incredibile.
Prima della finale contro l’Argentina, Sami Khedira dovrebbe partire titolare con la Germania.
Si infortuna durante il riscaldamento.
Joachim Löw deve cambiare.
Entra Christoph Kramer.
Durante la partita Kramer subisce un colpo e non può continuare.
Löw inserisce André Schürrle.
Minuto 113.
Schürrle accelera sulla sinistra e mette il pallone in area.
Mario Götze controlla e segna.
Germania campione del mondo.
La sequenza è quasi assurda: se Khedira non si fosse infortunato prima della partita, Kramer probabilmente non sarebbe partito titolare. Se Kramer non avesse dovuto abbandonare il campo, Schürrle sarebbe entrato in un momento differente o forse non sarebbe entrato affatto.
E senza Schürrle non esiste quell’assist.
Senza quell’assist non esiste quel gol di Götze.
Naturalmente questo non significa che la Germania abbia vinto il Mondiale per fortuna o che il Liverpool abbia conquistato la Coppa dei Campioni soltanto perché Neal stava sistemando gli scarpini.
Sarebbe una conclusione troppo semplice.
La qualità costruisce le condizioni nelle quali il caso può diventare decisivo.
Ed è questa, secondo me, la differenza fondamentale.
Una grande squadra aumenta continuamente il numero delle situazioni favorevoli. Produce occasioni, controlla territori, recupera palloni e costringe l’avversario a commettere errori. Ma quando due squadre di livello simile arrivano sul confine sottilissimo di una finale, un episodio apparentemente insignificante può diventare enorme.
Da match analyst considero questa consapevolezza fondamentale.
L’analisi non dovrebbe promettere di eliminare l’incertezza. Dovrebbe invece aiutarci a capire quanta parte di una prestazione dipenda realmente dalla struttura della squadra e quanta sia stata influenzata da episodi difficilmente ripetibili.
Il risultato racconta chi ha vinto.
L’analisi deve raccontare come.
Roma-Liverpool del 1984 resta uno degli esempi più affascinanti.
Una finale giocata per 120 minuti davanti a quasi settantamila persone. Campioni, allenatori, strategie, mesi di preparazione e una Coppa dei Campioni in palio.
Poi arriva il momento decisivo.
E uno dei protagonisti si sta ancora allacciando gli scarpini.
Forse è proprio questa la bellezza più crudele del calcio.
Puoi preparare quasi tutto.
Ma non tutto.
Ed è nello spazio minuscolo tra queste due parole che, qualche volta, viene scritta la storia.
Autore: Davide Ferri – Match analyst
Davide Ferri, 31 anni, è match analyst da cinque anni e ha maturato esperienza attraverso contratti e collaborazioni con diverse società europee. Il suo lavoro si concentra sull’analisi tattica, sui modelli di gioco e sull’interpretazione statistica delle partite, studiando anche il rapporto tra prestazione, probabilità ed eventi imprevedibili che possono modificare l’andamento di una gara.
