Quando penso alla Premier League di oggi, penso immediatamente a centri sportivi enormi, campi perfetti, strutture mediche all’avanguardia e investimenti milionari. Per questo il racconto di Neil Sullivan mi ha colpito particolarmente. Stiamo parlando di un portiere che ha giocato ai massimi livelli del calcio inglese, ha partecipato a un Mondiale con la Scozia e ha difeso le porte di Wimbledon, Tottenham, Chelsea e Leeds. Eppure una parte della sua carriera sembra appartenere a un calcio distante un secolo.
Sullivan ha raccontato che durante gli anni al Wimbledon la squadra si allenava anche a Wimbledon Common, il grande spazio verde pubblico della zona. Prima di iniziare una seduta poteva capitare che i calciatori dovessero controllare il terreno e ripulirlo dagli escrementi lasciati dai cani. Non era una formazione dilettantistica e non stiamo parlando degli anni Cinquanta. Era il Wimbledon che competeva nel massimo campionato inglese.
È questo contrasto che trovo straordinario.
Sullivan era arrivato al Wimbledon da adolescente negli anni Ottanta e aveva attraversato praticamente tutta l’epoca della celebre Crazy Gang. Quella squadra aveva costruito la propria identità proprio sull’idea di essere differente dalle grandi società inglesi. Poche comodità, caratteri fortissimi, scherzi continui nello spogliatoio e un calcio tremendamente competitivo.
Sullivan ha raccontato anche episodi che oggi sarebbero quasi inconcepibili all’interno di uno spogliatoio professionistico. Potevi terminare l’allenamento, raggiungere l’automobile e scoprire che qualcuno ti aveva nascosto le chiavi. Era un ambiente duro, spesso esagerato, ma capace di creare un senso di appartenenza molto particolare.
Il Wimbledon aveva trasformato quella cultura in un vantaggio competitivo.
Le squadre più ricche possedevano strutture migliori e calciatori tecnicamente superiori. Il Wimbledon cercava invece di trascinare gli avversari dentro partite fisiche, sporche, aggressive e psicologicamente complicate.
Sullivan cresce in quel mondo.
Poi arriva il 2000.
Il Wimbledon retrocede dalla Premier League e il contratto del portiere scade. Il suo agente riesce a costruire l’opportunità Tottenham e Sullivan attraversa Londra per iniziare una nuova avventura.
Per lui è uno shock.
Non tattico.
Culturale.
Passa dagli allenamenti sul Common allo Spurs Lodge, il centro sportivo del Tottenham dell’epoca. Tutto appare improvvisamente più organizzato e professionale.
Ma c’è un episodio che descrive perfettamente la distanza tra i due club.
Sullivan arriva in automobile a White Hart Lane per la sua prima partita casalinga. Una persona apre la portiera e gli propone di parcheggiare la macchina per lui.
Il portiere rimane quasi paralizzato.
Pensa che sia uno scherzo.
Probabilmente teme addirittura che qualcuno stia cercando di rubargli l’automobile. Al Wimbledon, racconta, una situazione del genere sarebbe effettivamente potuta diventare uno scherzo organizzato dai compagni.
Invece era semplicemente il servizio riservato ai calciatori del Tottenham.
Mi piace questo episodio perché racconta l’evoluzione del calcio inglese meglio di molte statistiche economiche.
Due società giocavano nello stesso campionato, nella stessa città e contro gli stessi avversari. Eppure vivevano praticamente in due universi differenti.
Sullivan riesce comunque ad adattarsi immediatamente.
Nella sua prima stagione al Tottenham viene addirittura eletto Player of the Year dai tifosi degli Spurs. Per un giocatore appena arrivato da una squadra retrocessa rappresenta un riconoscimento enorme.
Con il Tottenham raggiunge inoltre la semifinale di FA Cup nel 2001 e la finale di League Cup nel 2002.
Quella finale rimane uno dei grandi rimpianti della sua carriera. Il Tottenham partiva favorito contro il Blackburn, ma perde 2-1. Sullivan ha ricordato che il club stava vivendo un periodo di trasformazione, con l’arrivo di Daniel Levy e il passaggio in panchina da George Graham a Glenn Hoddle.
Ma c’è un altro episodio che rende la carriera di Sullivan inevitabilmente legata alla storia della Premier League.
17 agosto 1996. Wimbledon-Manchester United.
A pochi minuti dalla fine il Manchester United conduce 2-0.
David Beckham riceve il pallone poco oltre la linea di metà campo.
Guarda verso la porta.
Sullivan è avanzato.
Beckham calcia.
Il pallone attraversa praticamente metà terreno di gioco e supera il portiere prima di terminare in rete.
È il 3-0.
Quel gol diventerà una delle immagini più famose della storia della Premier League e contribuirà a trasformare Beckham da giovane talento del Manchester United in una figura conosciuta in tutto il mondo.
Dall’altra parte della fotografia c’è Sullivan.
Trent’anni dopo riesce persino a raccontarlo con ironia. Quando Beckham calciò, capì immediatamente che il pallone sarebbe arrivato vicino alla porta. Provò a recuperare la posizione, ma non riuscì a sistemare correttamente i piedi.
Quando si voltò era praticamente dentro la rete.
Dietro di lui c’erano i tifosi dello United.
Possiamo immaginare l’accoglienza.
Ma la carriera di Sullivan non può essere ridotta al portiere che subì il gol da centrocampo di Beckham.
C’è persino una storia incredibile dietro la sua carriera internazionale.
Durante un evento promozionale Sullivan parlò con un giornalista e raccontò quasi casualmente di avere origini scozzesi attraverso un nonno. L’informazione venne pubblicata e arrivò fino all’ambiente della nazionale.
Nel 1997 arrivò la convocazione della Scozia.
Un anno dopo Sullivan faceva parte della rosa per i Mondiali di Francia 1998, quelli inaugurati proprio dalla sfida tra Brasile e Scozia.
Concluderà la propria esperienza internazionale con 28 presenze.
La sua carriera continuerà poi al Chelsea, al Leeds e al Doncaster Rovers.
E anche il finale sembra scritto da uno sceneggiatore.
Nel 2013, a 43 anni, Sullivan gioca con il Doncaster contro il Brentford nell’ultima giornata di League One.
Nel recupero il Brentford conquista un rigore che potrebbe valere la promozione.
Il pallone colpisce la traversa.
Il Doncaster riparte immediatamente e pochi secondi dopo segna dall’altra parte del campo.
Promozione e titolo.
Sullivan scoprirà successivamente che quella è stata l’ultima partita della sua carriera professionistica.
Da match analyst trovo affascinante osservare quanto sia cambiato il calcio attraversando semplicemente la carriera di un singolo giocatore.
Sullivan ha conosciuto il Wimbledon della Crazy Gang e gli allenamenti nei parchi pubblici. Ha affrontato Beckham. Ha giocato un Mondiale. È passato al Tottenham, al Chelsea e al Leeds. Ha continuato fino a 43 anni e successivamente è diventato allenatore dei portieri.
Oggi un giovane professionista della Premier League può lavorare quotidianamente su campi riscaldati, utilizzare sistemi GPS, analisi biomeccaniche, video individuali e strutture progettate specificamente per migliorare ogni dettaglio della prestazione.
Sullivan arrivava all’allenamento e, qualche volta, prima doveva guardare dove metteva i piedi.
Non penso che il passato fosse necessariamente migliore.
Penso però che storie del genere aiutino a capire quanto velocemente sia cambiato questo sport.
Nel giro di una sola carriera siamo passati da Wimbledon Common ai centri sportivi multimilionari.
E forse è proprio per questo che il racconto di Neil Sullivan è così divertente e sorprendente.
Non sembra la storia di trent’anni fa.
Sembra la storia di un altro calcio.
Autore: Davide Ferri – Match analyst
Davide Ferri, 31 anni, è match analyst da cinque anni e ha maturato esperienza attraverso contratti e collaborazioni con diverse società europee. Il suo lavoro si concentra sull’analisi tattica, sull’evoluzione dei modelli di gioco e sull’interpretazione delle dinamiche del calcio professionistico, osservando come strutture, metodologia, tecnologia e cultura dello spogliatoio possano influenzare le prestazioni.
