Ci risiamo. La Supercoppa italiana potrebbe volare negli Stati Uniti e io continuo a chiedermi una cosa molto semplice: quando il calcio italiano ha deciso che i propri tifosi possono essere sacrificati ogni volta che compare un assegno sufficientemente grande? Inter-Lazio dovrebbe giocarsi a dicembre e, tra le ipotesi sul tavolo, c’è anche quella americana. San Siro resta una possibile alternativa, ma il solo fatto che si discuta ancora una volta di portare all’estero una competizione italiana dice molto sulla direzione presa dal nostro calcio.
Non ho nulla contro gli Stati Uniti e nemmeno contro la necessità della Serie A di crescere fuori dai nostri confini. Capisco perfettamente che il calcio sia ormai un prodotto globale e che club e Lega abbiano bisogno di nuovi ricavi. Quello che non accetto è l’idea che ogni trofeo debba trasformarsi automaticamente in una vetrina commerciale. La Supercoppa italiana dovrebbe essere prima di tutto una partita legata al calcio italiano, non un pacchetto premium da esportare dove il mercato sembra più redditizio.
Il paradosso, per me, è evidente. Durante tutta la stagione ai tifosi viene chiesto di comprare abbonamenti, pagare biglietti sempre più costosi, sottoscrivere piattaforme televisive e sostenere la propria squadra anche nelle trasferte più complicate. Poi arriva una finale e improvvisamente quel tifoso diventa secondario. Se la partita viene spostata a migliaia di chilometri di distanza, chi segue Inter o Lazio ogni settimana può tranquillamente accomodarsi sul divano. Quando bisogna pagare sei indispensabile, quando bisogna scegliere dove giocare diventi quasi un dettaglio.
Capisco anche la logica della Lega Serie A. Il mercato americano è enorme e rappresenta una frontiera fondamentale per aumentare il valore internazionale del nostro campionato. Diritti televisivi, sponsor, accordi commerciali e nuovi tifosi valgono moltissimo. Ma il problema nasce quando l’espansione internazionale smette di affiancare il calcio e comincia lentamente a sostituirne le radici. Un conto è portare il marchio Serie A nel mondo, un altro è spostare le partite che assegnano trofei nazionali lontano dal pubblico che quel calcio lo vive ogni settimana.
Io non penso che per conquistare il pubblico statunitense sia necessario portargli una finale italiana. La Serie A può organizzare tournée estive, amichevoli, eventi promozionali, academy, partnership con club locali e contenuti digitali. Può esportare il proprio marchio in cento modi diversi. Una competizione ufficiale, però, è un’altra cosa. Ha una storia, un contesto e soprattutto un pubblico che quella storia la alimenta stagione dopo stagione.
La cosa che mi infastidisce maggiormente è proprio questa trasformazione del tifoso in cliente. Deve comprare la maglia, pagare la pay TV, sottoscrivere l’abbonamento allo stadio e magari spendere centinaia di euro per seguire la squadra in trasferta. Poi, quando si presenta la possibilità di monetizzare altrove, diventa improvvisamente sostituibile. A me sembra una contraddizione enorme per un movimento che continua a parlare di appartenenza, tradizione e passione.
E non è nemmeno una questione nostalgica. So benissimo che il calcio degli anni Ottanta e Novanta non tornerà più e forse è giusto così. Il problema è capire quale limite vogliamo mettere alla commercializzazione. Perché se ogni competizione può essere spostata semplicemente in funzione del miglior ritorno economico, allora bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: la geografia del calcio non la decidono più i tifosi, la storia o gli stadi, ma il mercato.
Se alla fine Inter-Lazio si giocherà a San Siro, almeno questa volta avremo evitato l’ennesimo trasferimento internazionale di una competizione italiana. Ma la discussione resterà aperta, perché il problema è ormai strutturale. Ogni stagione si parla di nuovi mercati, nuove formule, calendari più ricchi e nuove opportunità commerciali. Molto più raramente si parla di cosa significhi tutto questo per chi sostiene materialmente il calcio durante l’intero anno.
Il calcio può diventare globale senza perdere casa propria. Può cercare nuovi ricavi senza trasformare ogni partita in un prodotto itinerante. Può conquistare nuovi tifosi senza dimenticare quelli che già possiede. Se invece continueremo a considerare il sostenitore italiano indispensabile soltanto al momento di aprire il portafoglio, prima o poi non dovremo stupirci se comincerà a sentirsi esattamente per quello che gli stiamo dicendo di essere: un cliente.
Autore
Davide Ferri – Match analyst
Biografia
Davide Ferri, 31 anni, lavora come match analyst da cinque anni e ha collaborato attraverso contratti e progetti con diverse società calcistiche europee. Si occupa di analisi tattica, studio delle prestazioni, dati applicati al calcio e dinamiche di squadra, con particolare attenzione all’evoluzione tecnica, gestionale e strategica del calcio moderno.
Fonti
- Lega Serie A, comunicazioni ufficiali sulla Supercoppa Italiana
- La Repubblica, approfondimenti sulla possibile sede di Inter-Lazio
- Lega Serie A, accordi internazionali e diritti televisivi negli Stati Uniti
- Comunicazioni ufficiali Inter e Lazio sulle competizioni della stagione 2026/27
