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Io guardo la classifica e vedo una cosa molto semplice: dopo cinque giornate Lazio, Roma e Inter sono tutte a 13 punti. Poi apro giornali, televisioni e social e spesso ho la sensazione che la vera corsa al vertice riguardi soprattutto le altre due. La Lazio viene raccontata, certo, ma quasi sempre come sorpresa, curiosità o parentesi destinata prima o poi a rientrare nei ranghi. E allora mi chiedo: quanto deve vincere una squadra prima di meritarsi lo stesso peso mediatico delle grandi considerate “naturalmente” da Scudetto?

A Venezia la squadra di Gattuso ha vinto 2-0 con Zaccagni e Noslin. Non è stata una passeggiata: Mandas ha parato un rigore nel primo tempo e lo stesso Gattuso ha ammesso che la Lazio è stata fortunata prima dell’intervallo. Ma proprio questo rende il risultato interessante. Le squadre forti non vincono soltanto quando dominano: a volte sopravvivono al momento peggiore, correggono la partita e colpiscono quando conta. È quello che la Lazio ha fatto al Penzo.

Gattuso continua a spegnere qualsiasi entusiasmo. Davanti ai 13 punti ha scherzato parlando dei 27 che mancano per arrivare alla tranquillità. Capisco perfettamente la strategia: proteggere il gruppo e togliere pressione. Ma io non devo fare l’allenatore della Lazio e quindi posso dirlo chiaramente: questa squadra merita di essere giudicata per quello che sta facendo, non per quello che il suo blasone suggerisce dovrebbe fare. Cinque partite non assegnano uno Scudetto, ma valgono esattamente cinque partite anche per Inter e Roma.

E qui nasce la mia polemica. Nel calcio italiano esistono gerarchie mediatiche difficilissime da scalfire. Se una big vince tre partite consecutive si parla immediatamente di candidatura al titolo, rinascita, nuovo ciclo e mentalità vincente. Se lo fa una squadra meno celebrata, parte il vocabolario della favola: sorpresa, entusiasmo, momento magico. Ma chiamare sempre “favola” il rendimento di chi non appartiene al salotto buono rischia di diventare un modo elegante per non prenderlo davvero sul serio.

Fabio Capello, analizzando il campionato, ha riconosciuto alla Lazio la grinta trasmessa da Gattuso e ha sottolineato il cambio di sistema rispetto al passato. Questo è il punto che mi interessa. Dietro i 13 punti non vedo soltanto entusiasmo: vedo lavoro tattico, disponibilità dei giocatori e capacità di adattamento. Ridurre tutto alla carica emotiva di Gattuso sarebbe quasi offensivo verso ciò che la squadra sta costruendo sul campo.

Naturalmente siamo a settembre. Sarebbe assurdo proclamare la Lazio favorita o trasformare cinque giornate in una sentenza sul campionato. Ma sarebbe altrettanto assurdo concedere credibilità automatica a certe maglie e pretenderne dieci prove consecutive da altre. La classifica, almeno per ora, dice che Lazio, Roma e Inter occupano lo stesso piano. Anche il racconto dovrebbe cominciare a guardarle dalla stessa altezza.

Io non chiedo titoli celebrativi né processi al contrario. Chiedo soltanto coerenza. Se tredici punti rendono una squadra protagonista, allora devono renderla protagonista indipendentemente dal fatturato, dal numero di follower o dalla quantità di prime pagine che garantisce. Altrimenti rischiamo di avere una Serie A competitiva sul campo e una Serie A con categorie diverse quando si accendono microfoni e rotative.

Autore

Davide Ferri – Match analyst

Biografia

Davide Ferri, 31 anni, lavora come match analyst da cinque anni e ha maturato esperienza attraverso contratti e collaborazioni con diverse società calcistiche europee. Si occupa di analisi tattica, studio delle prestazioni, interpretazione dei dati e dinamiche di squadra, con particolare attenzione all’evoluzione tecnica e strategica del calcio moderno.

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