Ci sono record che nascono da un gol, altri da una vittoria e altri ancora che raccontano qualcosa di molto più grande del semplice risultato. Quello raggiunto da Yaya Touré appartiene per me all’ultima categoria. L’ex centrocampista di Barcellona e Manchester City è diventato il primo allenatore africano capace di qualificare una squadra alla fase principale della Champions League. Lo ha fatto alla guida dello Slovan Bratislava, nella sua prima vera esperienza da tecnico principale di una prima squadra.
È un risultato che considero straordinario anche per la velocità con cui è arrivato. Touré ha assunto la guida dello Slovan nel giugno 2026. Poco più di due mesi dopo si ritrova nella competizione che aveva già vinto da calciatore con il Barcellona nel 2009, ma questa volta dall’altra parte della linea laterale. Non deve più controllare il centrocampo, rompere le linee con le sue progressioni o arrivare al limite dell’area. Adesso deve costruire una squadra capace di farlo.
Il passaggio decisivo è arrivato contro il Celje. Dopo l’1-1 dell’andata a Bratislava, lo Slovan si è presentato in Slovenia sapendo che tutto sarebbe stato deciso in novanta minuti, o forse qualcosa in più. Touré ha organizzato la squadra attorno a un sistema vicino al 4-2-3-1, trasformabile durante il possesso attraverso il movimento dei centrocampisti e degli esterni. Il Celje ha risposto con una struttura molto dinamica, riconducibile a un 4-3-3, cercando soprattutto pressione e verticalità.
Lo Slovan ha mostrato subito personalità. Al 18′ Andraž Šporar ha portato avanti gli slovacchi. Per me è stato un momento significativo perché ha mostrato esattamente quello che Touré aveva dichiarato al momento del suo arrivo: non voleva una squadra costruita esclusivamente per aspettare, ma un gruppo capace di controllare le partite e avere coraggio.
Il Celje, però, non ha ceduto. La partita è rimasta aperta e gli sloveni sono riusciti a trovare il pareggio, riportando il doppio confronto in perfetto equilibrio. Dopo il precedente 1-1 dell’andata, anche il ritorno si è chiuso sull’1-1 nei tempi regolamentari.
Servivano i supplementari.
È proprio in quelle situazioni che spesso emerge il lavoro dell’allenatore. La tattica rimane fondamentale, ma entrano in gioco gestione delle energie, cambi, lucidità e soprattutto capacità di mantenere la squadra mentalmente dentro la partita.
Al minuto 100 arriva il gol che cambia la carriera da allenatore di Touré. Martínez trova il 2-1 e consegna allo Slovan il vantaggio decisivo. Da quel momento la squadra slovacca deve resistere e lo fa fino al fischio finale.
Celje 1, Slovan Bratislava 2. Risultato complessivo 2-3.
Lo Slovan è in Champions League.
Ma dietro quella qualificazione c’è qualcosa che va oltre Bratislava.
Yaya Touré è ivoriano, ha 43 anni e appartiene alla generazione di calciatori africani che ha contribuito a cambiare la percezione del talento proveniente dal continente. Da giocatore ha raggiunto praticamente tutto: Champions League, Liga, Premier League, FA Cup e Coppa d’Africa. Per quattro anni consecutivi, dal 2011 al 2014, è stato eletto calciatore africano dell’anno.
Quando penso al Touré giocatore, ricordo soprattutto un centrocampista difficile da inserire in una sola categoria. Aveva struttura fisica, tecnica, capacità di progressione, tiro e intelligenza tattica. Poteva iniziare l’azione davanti alla difesa e terminarla venti secondi dopo dentro l’area avversaria.
Ora trovo interessante vedere alcuni di quei principi trasferiti alla sua squadra.
Touré vuole controllo, ma non un possesso sterile. Vuole una squadra dominante, aggressiva e capace di occupare razionalmente gli spazi. Lo aveva spiegato già al momento della presentazione allo Slovan: l’obiettivo era praticare un calcio dominante e controllare le partite.
Non sono parole particolarmente sorprendenti per un uomo che ha trascorso parte della propria carriera sotto Pep Guardiola.
Il suo percorso verso la panchina, però, non è stato immediato. Dopo aver terminato la carriera da calciatore, Touré ha scelto la gavetta. Ha lavorato all’Olimpik Donetsk, all’Akhmat Grozny, nell’academy del Tottenham, allo Standard Liegi e nello staff della nazionale dell’Arabia Saudita.
Ha quindi osservato, studiato e lavorato come assistente prima di accettare la responsabilità completa di una prima squadra.
Lo Slovan Bratislava gli ha dato quella possibilità.
E Touré l’ha trasformata immediatamente nella Champions League.
Il dato storico merita però una precisazione. Nel 2020 il nigeriano Ndubuisi Egbo aveva già allenato il KF Tirana nelle qualificazioni di Champions. Era stato inoltre il primo tecnico africano a vincere un campionato nazionale europeo. Il Tirana, tuttavia, non raggiunse la fase a gironi.
Touré ha quindi spostato quella frontiera più avanti: sarà il primo allenatore africano a sedersi in panchina nella fase principale della competizione.
Per me questo è probabilmente l’aspetto più importante della storia.
Il calcio europeo ha accolto per decenni alcuni dei più grandi giocatori africani della storia, ma la stessa apertura non si è vista sulle panchine dei grandi club. Il numero di tecnici africani arrivati ai massimi livelli del calcio europeo rimane estremamente ridotto.
Touré adesso ha una possibilità concreta di modificare quella percezione.
E il sorteggio non gli ha regalato una passerella.
Lo Slovan affronterà Inter, Roma, Paris Saint-Germain, Real Betis, Shakhtar Donetsk, Stoccarda, Lille e LASK. Per Touré significa passare in pochissimo tempo dal suo primo incarico da allenatore principale alla preparazione di partite contro alcune delle realtà tatticamente e tecnicamente più importanti d’Europa.
Ed è proprio qui che inizierà il vero esame.
Non mi interessa soltanto vedere quanti punti riuscirà a conquistare lo Slovan. Voglio capire come Touré adatterà la propria idea di calcio quando la qualità individuale degli avversari aumenterà drasticamente.
Continuerà a cercare il controllo del possesso? Abbasserà il blocco? Accetterà di difendere più vicino alla propria area? Oppure proverà comunque a mantenere quell’identità dominante che ha dichiarato di voler costruire?
Queste sono le domande che rendono affascinante la sua Champions.
Touré conosce questa competizione da campione. Nel 2009 l’ha sollevata indossando la maglia del Barcellona. Diciassette anni dopo torna nella stessa competizione con un completo elegante, una lavagna tattica e una responsabilità completamente differente.
Da giocatore doveva interpretare la partita.
Ora deve immaginarla prima che inizi.
E forse è proprio questa l’immagine più bella della sua storia: uno dei più grandi centrocampisti africani di sempre che torna sul palcoscenico più prestigioso d’Europa aprendo una porta che, fino a oggi, nessun allenatore africano era riuscito ad attraversare fino in fondo.
Yaya Touré ha già fatto la storia.
Adesso arriva la parte più interessante: capire quanto lontano può andare.
Autore: Davide Ferri – Match analyst
Biografia: Davide Ferri, 31 anni, è match analyst da cinque anni e ha maturato esperienza attraverso contratti e collaborazioni con diverse società europee. Il suo lavoro si concentra sull’analisi tattica, sullo studio dei modelli di gioco e sull’interpretazione dei dati, con particolare attenzione alle dinamiche tecniche e strategiche che determinano l’evoluzione delle partite e delle squadre.
