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Io faccio fatica a considerare quello che sta accadendo alla FIGC come un semplice incidente burocratico. Il 6 ottobre il CONI ha approvato all’unanimità il commissariamento della Federcalcio, affidando il ruolo di commissario proprio a Giovanni Malagò, eletto presidente federale pochi mesi prima. Alla base della vicenda c’è il problema del suo mancato tesseramento al momento della candidatura. Quando la federazione che governa il calcio italiano finisce commissariata per una questione legata ai requisiti della propria presidenza, parlare soltanto di cavilli mi sembra riduttivo.
Il paradosso è quasi perfetto. Malagò viene eletto presidente della FIGC il 22 giugno con il 68,58% dei voti e, meno di quattro mesi dopo, la stessa federazione viene commissariata e lui passa dalla presidenza al ruolo di commissario straordinario. L’obiettivo è accompagnare il sistema verso nuove elezioni entro gennaio 2027. Formalmente esiste quindi una strada d’uscita. Politicamente, però, io vedo una fotografia molto più preoccupante: il calcio italiano continua a discutere di regole interne proprio mentre avrebbe bisogno di concentrarsi sul proprio futuro.

E quel futuro arriva dopo tre Mondiali consecutivi mancati. Russia 2018, Qatar 2022 e adesso anche l’edizione 2026 sono diventati il simbolo di qualcosa che evidentemente non può più essere liquidato come una semplice serie di coincidenze sportive. Reuters ha collegato apertamente il commissariamento alle difficoltà strutturali del nostro calcio, ricordando anche il nodo degli stadi e dell’organizzazione di Euro 2032. Tre assenze consecutive dal Mondiale non sono una parentesi: sono ormai un’intera generazione calcistica cresciuta senza vedere stabilmente l’Italia sul palcoscenico più importante.
Io continuo a sentire parlare di rifondazione, giovani, centri federali, nuovi progetti, sostenibilità e valorizzazione dei vivai. Sono parole necessarie, ma dopo anni diventano irritanti se non vengono accompagnate dai risultati. Il problema non è trovare uno slogan migliore. Il problema è capire perché nazioni con bacini inferiori al nostro riescano a produrre giocatori, infrastrutture e organizzazione mentre in Italia ogni riforma sembra trasformarsi in una trattativa infinita. Il tempo delle promesse dovrebbe essere finito da parecchio.
Il commissariamento nasce da una questione specifica e sarebbe scorretto trasformarlo automaticamente nel processo a tutto il calcio italiano. I pareri giuridici acquisiti dal CONI indicavano il tesseramento come requisito essenziale, anche se non descrivevano il commissariamento come una conseguenza inevitabile. Alla fine il CONI ha scelto quella strada, trovando una mediazione che ha mantenuto Malagò alla guida operativa. Ma proprio questa soluzione racconta quanto sia diventato complicato persino capire dove finisca la responsabilità politica e dove inizi quella tecnica.
Malagò stesso ha definito la vicenda “triste e imbarazzante”, parlando poi di vittoria del buonsenso dopo la nomina a commissario. Io credo che l’aggettivo più pesante sia proprio “imbarazzante”. Non perché serva cercare un colpevole da mettere al muro, ma perché una federazione che dovrebbe rappresentare stabilità e autorevolezza arriva a ottobre con la propria governance da ricostruire. Nel frattempo tifosi e club continuano ad aspettare una direzione chiara.
E allora la domanda diventa inevitabile: quanto deve aspettare ancora il calcio italiano? Quanto tempo dobbiamo concedere prima di pretendere risultati misurabili sui vivai, sugli stadi, sulla formazione degli allenatori, sulla sostenibilità dei club e sulla competitività della Nazionale? Perché ogni volta sembra esserci una nuova emergenza da utilizzare come spiegazione della precedente.
Io non penso che un commissario possa risolvere tutto. Non penso nemmeno che cambiare presidente automaticamente produca nuovi talenti o nuovi stadi. Però credo che il calcio italiano abbia esaurito il credito delle giustificazioni. Mancare tre Mondiali consecutivi e ritrovarsi con la FIGC commissariata dovrebbe rappresentare una linea rossa. Non l’ennesimo capitolo da dimenticare appena arriva una vittoria importante.
Il calcio italiano possiede ancora pubblico, storia, club enormi e una capacità culturale di vivere questo sport che pochi Paesi possono eguagliare. Proprio per questo mi irrita ancora di più vedere quanto lentamente venga affrontato il declino strutturale. Non possiamo continuare a comportarci come una potenza calcistica semplicemente perché lo siamo stati. Bisogna tornare a dimostrarlo. E questa volta, possibilmente, prima che arrivi il quarto Mondiale da guardare sul divano.
Autore: Davide Ferri – Match analyst
Davide Ferri, 31 anni, è match analyst da cinque anni e ha maturato esperienza attraverso contratti e collaborazioni con diverse società europee. Studia il calcio attraverso dati, principi tattici, sviluppo dei giocatori e organizzazione dei sistemi sportivi, cercando di andare oltre il risultato per comprendere le cause profonde che determinano crescita, competitività e rendimento.
Fonti
- FIGC – Giovanni Malagò e commissariamento del 6 ottobre 2026
- Reuters – Commissariamento FIGC e problemi strutturali del calcio italiano
- ANSA – Il CONI approva all’unanimità Malagò commissario FIGC
- ANSA – I pareri giuridici sul tesseramento di Malagò
- ANSA – Le dichiarazioni di Malagò dopo il commissariamento
