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Ci sono squadre che dominano un campionato e poi c’è il Johor Darul Ta’zim. Quando ho letto per la prima volta i numeri del club malese ho dovuto controllarli più volte: 111 partite consecutive di campionato senza perdere, con 102 vittorie e appena 9 pareggi. L’ultima sconfitta nella Malaysia Super League risale al 24 aprile 2021, quando il Terengganu riuscì a vincere 1-0. Da quel momento perdere è diventato quasi qualcosa di sconosciuto.
Il Johor non si è limitato a costruire una lunga imbattibilità. Ad agosto ha superato ufficialmente il precedente record dell’ASEC Mimosas, fermo a 108 partite consecutive senza sconfitte. Il successo per 3-0 contro il Kuching City ha portato i malesi a quota 109 e nelle gare successive il contatore ha continuato a salire. Non stiamo quindi parlando semplicemente della squadra più forte della Malesia, ma di uno dei domini domestici più impressionanti nella storia recente del calcio.
I risultati raccontano qualcosa che sembra appartenere a un videogioco. Il Johor ha conquistato dodici campionati consecutivi e nel 2025/26 ha stabilito anche il record di 117 gol segnati in una singola stagione di Super League. A maggio è arrivato addirittura un 14-1 contro il Kelantan The Real Warriors, la vittoria più larga nella storia del torneo. Sei gol furono realizzati da Bergson da Silva. Quando una squadra arriva a vincere 14-1, la domanda non è più soltanto quanto sia forte, ma quanto sia diventata grande la distanza con il resto del campionato.
Per capire questo dominio bisogna tornare al 2013. È allora che Tunku Ismail, principe reggente dello Stato di Johor, inizia a trasformare radicalmente il club. Il primo campionato della nuova era arriva nel 2014. Un anno più tardi il Johor conquista la AFC Cup, diventando il primo club malese capace di vincere quella competizione continentale. Da quel momento il progetto smette progressivamente di assomigliare a quello di una normale società del Sud-est asiatico.
Quello che mi interessa maggiormente è però ciò che è stato costruito fuori dal campo. Il Johor ha trattato le infrastrutture come parte integrante della prestazione sportiva. Il Sultan Ibrahim Stadium, inaugurato nel 2020, può ospitare circa 40.000 spettatori ed è diventato il simbolo della trasformazione. Intorno alla prima squadra è cresciuto contemporaneamente un sistema di allenamento e recupero che ricorda quello delle grandi organizzazioni europee.
Nel centro sportivo vengono utilizzate tecnologie come tapis roulant antigravità e sistemi dedicati all’ossigenoterapia. Sono strumenti che permettono di lavorare sul recupero e sulla gestione atletica dei giocatori in maniera estremamente avanzata. Il tapis roulant antigravità, per esempio, permette all’atleta di correre riducendo il peso effettivamente scaricato sugli arti inferiori. Questo può diventare molto utile durante determinati percorsi riabilitativi.
Ed è qui che, secondo me, la storia diventa molto più interessante del semplice record. Il Johor dimostra quanto il calcio moderno venga giocato anche nelle ore in cui nessuno vede i calciatori. Recuperare meglio significa potersi allenare meglio. Allenarsi meglio significa arrivare alla partita nelle condizioni per mantenere intensità, lucidità e continuità. Moltiplichiamo questo vantaggio per mesi e poi per anni e iniziamo a capire come possa nascere una superiorità strutturale.
Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire 111 partite senza sconfitte a qualche macchinario futuristico. Il vantaggio del Johor è molto più ampio. Ci sono investimenti, strutture, organizzazione, reclutamento, giocatori superiori alla media del campionato e una società che da oltre dieci anni segue una direzione precisa. La tecnologia non sostituisce il progetto: lo amplifica. Questa, per me, è la vera lezione che arriva dalla Malesia.
L’allenatore Xisco Muñoz ha spiegato che il record è il risultato di dodici anni di sviluppo, investimenti e fiducia nel progetto. Una frase che trovo particolarmente significativa perché nel calcio europeo siamo abituati a valutare tutto attraverso finestre temporali brevissime. Tre sconfitte possono mettere in discussione un allenatore. Sei mesi possono essere sufficienti per dichiarare fallito un progetto. Il Johor ha invece costruito la propria superiorità attraverso continuità e programmazione.
Esiste però anche l’altra faccia della storia. Il campionato malese presenta una distanza economica e strutturale notevole tra il Johor e molte delle sue avversarie. Alcuni club devono affrontare problemi finanziari e la lega malese ha rafforzato le proprie regole proprio per contrastare situazioni legate agli stipendi arretrati e migliorare la sostenibilità. Il Johor sembra quindi correre con una macchina da Formula 1 in una competizione nella quale alcuni avversari stanno ancora cercando i pezzi del motore.
Questa differenza non deve però cancellare ciò che il club sta facendo fuori dalla Malesia. Il Johor ha raggiunto per la prima volta i quarti della AFC Champions League Elite, eliminando il Sanfrecce Hiroshima prima di essere battuto 2-1 dall’Al Ahli. È un dato importante perché permette di capire se la superiorità domestica possa essere trasferita anche contro avversari dotati di risorse e qualità superiori.
Anche l’amichevole estiva contro il Chelsea ha offerto un piccolo segnale. La partita è terminata 3-3, con il Johor capace di mettere seriamente in difficoltà una delle squadre economicamente più potenti al mondo. Un’amichevole non può naturalmente diventare una prova definitiva, ma racconta comunque una realtà che non vuole limitarsi a dominare il proprio Paese. L’obiettivo sembra ormai quello di trasformare la superiorità malese in credibilità asiatica.
Da match analyst trovo particolarmente interessante anche l’effetto psicologico di una serie del genere. Quando una squadra non perde per anni, l’avversario entra in campo sapendo di affrontare qualcosa che sembra quasi imbattibile. Ogni gol subito conferma quella sensazione. Ogni occasione fallita aumenta la pressione. Il vantaggio non è più soltanto tecnico: diventa mentale. Il record comincia a giocare la partita prima ancora che venga calciato il primo pallone.
C’è poi un problema curioso per Xisco Muñoz: mantenere affamata una squadra che vince praticamente sempre. È molto più semplice chiedere una reazione dopo una sconfitta che convincere giocatori abituati a dominare a comportarsi come se non avessero ancora conquistato nulla. Per questo considero significativa la filosofia attribuita alla società: non inseguire semplicemente i record, ma alzare continuamente gli standard.
Il tredicesimo titolo consecutivo rappresenta ora il prossimo obiettivo. Ma io credo che la vera sfida del Johor sia un’altra. Deve dimostrare che il modello che ha distrutto la concorrenza in Malesia può produrre risultati importanti anche nel calcio asiatico. Se questo accadrà, non parleremo più soltanto di una squadra ricchissima in un campionato relativamente debole. Parleremo di un progetto capace di cambiare la geografia calcistica della propria regione.
La storia del Johor mi lascia infine una domanda che riguarda anche il calcio europeo: quanto vantaggio può creare oggi una società attraverso strutture, medicina sportiva, recupero e tecnologia? Siamo abituati a parlare quasi esclusivamente di mercato e trasferimenti, ma probabilmente una parte crescente della competizione si svolgerà proprio nei centri sportivi. Il prossimo grande acquisto di un club potrebbe non essere necessariamente un calciatore da 100 milioni, ma un sistema capace di far rendere meglio tutti quelli che possiede già.
Prima o poi il Johor perderà. È inevitabile. Ma dopo oltre cinque anni e più di cento partite di campionato, quella sconfitta avrà qualcosa di surreale. Ci saranno calciatori avversari che non hanno mai affrontato un Johor sconfitto in campionato durante la propria carriera. Quando arriverà quel giorno, in Malesia non sarà semplicemente un risultato: sarà la fine di un’epoca statistica.
E forse è proprio questo il dato più impressionante. Possiamo discutere del livello della Super League malese, delle differenze economiche e della qualità degli avversari. Ma restare imbattuti per 111 partite richiede comunque una continuità fuori dal comune. Il Johor Darul Ta’zim non ha semplicemente costruito una squadra vincente. Ha costruito un sistema nel quale vincere è diventato la normalità.
Autore: Davide Ferri – Match analyst
Davide Ferri, 31 anni, è match analyst da cinque anni e ha maturato esperienza attraverso contratti e collaborazioni con diverse società europee. Il suo lavoro si concentra sull’analisi tattica e statistica, sullo studio dei modelli di gioco, delle prestazioni individuali e dell’evoluzione della preparazione nel calcio moderno, unendo osservazione del campo, numeri e nuove tecnologie.
