Quando ho letto la notizia del possibile addio di Piero Ausilio all’Inter, la prima sensazione è stata quella di trovarmi davanti alla conclusione di un’epoca. Non parliamo solamente di un direttore sportivo arrivato per costruire una squadra e poi ripartito dopo qualche stagione. Parliamo di un dirigente che ha trascorso quasi tre decenni all’interno dello stesso club, attraversando proprietà, presidenti, allenatori, vittorie e momenti di profonda difficoltà. Le indiscrezioni raccontano che il contratto in scadenza nel giugno 2027 non dovrebbe essere rinnovato. Al momento, però, considero corretto usare prudenza: la separazione appare concreta, ma non è stata ancora annunciata ufficialmente dalla società nerazzurra.
Ausilio è entrato nel mondo Inter alla fine degli anni Novanta e ha costruito il proprio percorso partendo dal settore giovanile. Questo dettaglio, secondo me, permette di comprendere perché il suo legame con il club sia molto più profondo rispetto a quello di un normale dirigente. Ha conosciuto l’Inter dalle fondamenta, osservando la crescita dei giovani e imparando progressivamente a gestire scouting, rapporti con gli agenti, trattative internazionali e programmazione tecnica. Nel 2014 ha raccolto l’eredità di Marco Branca come responsabile dell’area sportiva, diventando uno dei principali riferimenti del mercato nerazzurro. Da quel momento è rimasto al centro delle decisioni anche quando intorno a lui cambiavano continuamente uomini e strategie.
Io considero la continuità uno dei meriti principali del lavoro svolto da Ausilio. Nel calcio moderno è raro trovare un dirigente capace di sopravvivere a trasformazioni societarie così profonde. Durante la sua esperienza sono passate proprietà italiane, cinesi e statunitensi, mentre la squadra ha attraversato la gestione Moratti, quella Thohir, l’era Suning e infine il controllo di Oaktree. Ogni proprietà ha portato priorità economiche e sportive differenti, obbligando la dirigenza ad adattarsi. Ausilio è riuscito a rimanere operativo durante tutte queste fasi, modificando il proprio modo di lavorare senza perdere la conoscenza interna della società. Questa capacità ha rappresentato per l’Inter una forma di memoria storica difficile da sostituire.
Il suo percorso non è stato privo di errori, contestazioni e mercati complicati. Ci sono state campagne acquisti poco convincenti, investimenti che non hanno prodotto il rendimento sperato e stagioni nelle quali l’Inter è rimasta lontana dai propri obiettivi. Sarebbe sbagliato raccontare questi 28 anni come una sequenza perfetta. Tuttavia, nel giudicare un direttore sportivo, io preferisco osservare il quadro completo. Ausilio ha lavorato spesso con risorse limitate, specialmente nei periodi condizionati dal fair play finanziario, riuscendo comunque a creare valore attraverso operazioni intelligenti. Ha alternato acquisti costosi a parametri zero, prestiti e cessioni necessarie per mantenere sostenibili i conti.
Negli anni più recenti il dirigente ha partecipato alla costruzione di un’Inter nuovamente competitiva in Italia e in Europa. Nomi come Milan Skriniar, Alessandro Bastoni, Nicolò Barella, Lautaro Martínez, Hakan Çalhanoğlu, André Onana e Marcus Thuram raccontano approcci differenti ma un’unica capacità: individuare calciatori adatti all’identità tecnica della squadra. Alcuni sono stati acquistati quando non avevano ancora raggiunto la piena maturità, altri sono arrivati approfittando di occasioni contrattuali. Non tutte le intuizioni sono state esclusivamente sue, perché il mercato nasce dal lavoro collettivo di scouting e dirigenza, ma Ausilio ha avuto un ruolo centrale nel trasformare quelle idee in operazioni concrete.
Un altro passaggio decisivo è stato l’arrivo di Giuseppe Marotta nel 2018. Molti immaginavano che la presenza di un dirigente così autorevole avrebbe ridimensionato Ausilio, ma i due sono riusciti a creare una struttura complementare. Marotta ha garantito esperienza istituzionale, capacità politica e una visione generale della gestione sportiva; Ausilio ha continuato a occuparsi delle trattative, dei rapporti internazionali e della ricerca dei profili più funzionali. A mio giudizio, proprio questa collaborazione ha contribuito alla rinascita dell’Inter. La società è tornata a vincere, a disputare finali europee e a costruire una squadra riconoscibile, mantenendo contemporaneamente una crescente attenzione alla sostenibilità economica.
La situazione attuale sembra essere nata soprattutto da una diversa valutazione sulla durata del nuovo contratto. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, l’Inter avrebbe prospettato ad Ausilio un prolungamento limitato, mentre il direttore avrebbe desiderato un accordo più lungo per programmare con maggiore stabilità. Non sarebbe quindi una rottura determinata principalmente dall’aspetto economico, ma dalla prospettiva professionale e dalla fiducia sul futuro. Se questa versione fosse confermata, comprenderei la posizione di entrambe le parti. Oaktree vuole probabilmente mantenere flessibile la struttura dirigenziale; Ausilio, dopo quasi trent’anni, può invece pretendere un mandato sufficientemente ampio per costruire un nuovo ciclo.
La domanda che mi pongo riguarda adesso il momento dell’eventuale separazione. Ausilio potrebbe rispettare il contratto fino al giugno 2027 oppure raggiungere un accordo per lasciare anticipatamente. Le conseguenze sarebbero differenti. Una permanenza fino alla naturale scadenza permetterebbe all’Inter di preparare gradualmente la successione, trasferendo informazioni e responsabilità al nuovo direttore. Un addio immediato obbligherebbe invece la società a intervenire rapidamente, proprio mentre la stagione è iniziata e occorre già pensare alle strategie future. Il mercato non si ferma con la chiusura ufficiale delle trattative: scouting, rinnovi e pianificazione delle cessioni continuano durante tutto l’anno.
Sostituire Ausilio non significherà solamente trovare qualcuno capace di acquistare buoni calciatori. Il nuovo responsabile dovrà conoscere gli equilibri tra Oaktree, Marotta, l’allenatore Cristian Chivu e l’intera area sportiva. Dovrà inoltre lavorare rispettando un principio ormai chiarissimo: vincere, ma in maniera sostenibile. L’Inter vuole restare competitiva senza compromettere i risultati finanziari, valorizzando i giovani e riducendo gli investimenti privi di prospettiva. È un compito complesso perché i tifosi misurano il successo attraverso i trofei, mentre la proprietà deve valutare anche bilanci, stipendi e valore patrimoniale della rosa. Servirà quindi un dirigente competente, autorevole e capace di comunicare con chiarezza.
Io credo che l’eventuale partenza di Ausilio possa segnare anche un cambiamento nella distribuzione del potere interno. Marotta rimarrebbe il punto di riferimento, ma dovrebbe individuare una figura in grado di assumere responsabilità operative molto importanti. Dario Baccin rappresenta una soluzione interna credibile, grazie alla conoscenza dell’ambiente e al lavoro svolto al fianco della dirigenza. Non escludo però la scelta di un profilo esterno, magari più vicino alla visione internazionale della proprietà. Qualunque decisione dovrà evitare un errore frequente nel calcio: modificare improvvisamente un’organizzazione che ha funzionato, senza predisporre un passaggio graduale e una chiara divisione dei compiti.
Dal punto di vista umano, una separazione dopo 28 anni non può essere trattata come una normale operazione di mercato. Ausilio ha dedicato gran parte della propria vita professionale all’Inter, diventando uno dei volti più longevi e riconoscibili della società. È stato contestato, difeso, criticato e rivalutato più volte, ma è rimasto presente quando il club doveva ricostruire credibilità e competitività. La sua storia dimostra quanto sia difficile giudicare il lavoro di un direttore sportivo solamente attraverso l’ultimo acquisto o la trattativa mancata. Il suo vero contributo emerge osservando la capacità dell’Inter di attraversare anni complicati e tornare stabilmente ai vertici del calcio italiano.
Per questo considero prematuro parlare di addio definitivo finché non arriverà una comunicazione ufficiale. Le indiscrezioni sono solide e provengono da diverse testate, ma nel calcio i rapporti possono cambiare anche rapidamente. Se la separazione verrà confermata, l’Inter dovrà chiudere questa lunga storia con rispetto e lucidità, riconoscendo i meriti senza cancellare gli errori. Per me, Ausilio rimarrà uno degli uomini più importanti della trasformazione nerazzurra contemporanea. Il suo eventuale successore erediterà una società più forte, una rosa competitiva e aspettative altissime. Dopo 28 anni potrebbe davvero finire un’era, ma il modo in cui verrà gestito il passaggio determinerà l’inizio della prossima.
Autore: Davide Ferri – Match analyst
Davide Ferri, 31 anni, lavora come match analyst da cinque anni e ha maturato esperienze professionali attraverso collaborazioni e contratti con diverse società europee. Studia partite, modelli tattici, dati statistici e rendimento individuale, trasformando i numeri in una lettura chiara del gioco. Nei suoi articoli unisce osservazione tecnica e analisi per raccontare il calcio oltre il semplice risultato.
Fonti
- Corriere della Sera – Ausilio lascia l’Inter dopo 28 anni
- Inter – Conferenza di presentazione della stagione 2026/27
- Sky Sport – Intervista a Piero Ausilio
- La Gazzetta dello Sport – Le strategie di Oaktree per l’Inter
