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Quando ho letto che Oaktree, il fondo proprietario dell’Inter, è tra i candidati per acquistare una quota della nuova società commerciale della Serie A, mi sono fermato un attimo. Da match analyst sono abituato ad analizzare ciò che succede sul campo, ma questa volta la partita si gioca nelle sale riunioni. E la domanda è enorme: può il proprietario di un club diventare anche socio del business dell’intero campionato?
È una vicenda che sta facendo discutere dirigenti, tifosi e addetti ai lavori perché tocca un tema delicatissimo: il possibile conflitto d’interessi. La Serie A vuole attirare miliardi di investimenti per crescere all’estero, ma tra gli investitori c’è anche chi possiede la squadra campione d’Italia. È qui che, secondo me, inizia una delle partite più importanti degli ultimi anni.
La Serie A sta cercando una svolta economica. Da troppo tempo il campionato italiano rincorre Premier League e Liga sul terreno dei ricavi internazionali. Abbiamo squadre storiche, stadi iconici e milioni di tifosi nel mondo, ma quando si parla di diritti televisivi esteri il divario con gli altri grandi campionati europei è ancora enorme. Per questo motivo la Lega ha deciso di creare una nuova società dedicata esclusivamente allo sviluppo del business internazionale.
L’obiettivo è semplice ma ambizioso: aumentare il valore della Serie A fuori dall’Italia. Diritti TV, sponsorizzazioni globali, partnership commerciali e attività legate alle scommesse internazionali verrebbero gestite da questa nuova media company. Non si tratta di vendere il campionato, ma di trovare un partner capace di far crescere un prodotto che, oggi, incassa molto meno rispetto ai principali rivali europei.
Secondo le informazioni emerse nelle ultime ore, gli investitori presenteranno offerte vincolanti per acquistare una quota compresa tra il 10% e il 20% della nuova società. La valutazione stimata oscilla tra 3 e 4 miliardi di euro, mentre il business internazionale della Serie A genera circa 250 milioni di euro di ricavi annuali. Sono numeri che spiegano immediatamente perché tanti fondi di investimento abbiano deciso di entrare nella corsa.
Tra i candidati figurano Carlyle, Bain Capital, Nextalia e, appunto, Oaktree. Tutti nomi pesantissimi della finanza internazionale. Ma soltanto uno di questi possiede già un club di Serie A.
Ed è proprio qui che la questione cambia completamente prospettiva.
Oaktree è proprietaria dell’Inter dal maggio 2024. Dopo il mancato rimborso del finanziamento concesso a Suning, il fondo americano è diventato proprietario del club nerazzurro. Oggi controlla una delle società più importanti del campionato e, contemporaneamente, potrebbe diventare investitore nella struttura commerciale della Lega Serie A.
Dal punto di vista giuridico non significa automaticamente che esista un conflitto d’interessi. Ma dal punto di vista dell’opportunità il dibattito è inevitabile.
La domanda che mi pongo è molto concreta: chi tutela gli interessi degli altri diciannove club se uno degli investitori possiede già una squadra?
Il nodo centrale riguarda la governance. Una quota di minoranza non equivale al controllo della società. Significa partecipare economicamente al progetto, ma bisogna capire quali diritti accompagneranno quell’investimento. Avrà rappresentanti nel consiglio di amministrazione? Potrà influenzare strategie commerciali? Avrà accesso a dati sensibili sui ricavi internazionali dei club?
Sono dettagli che fanno tutta la differenza del mondo.
Perché una cosa è investire denaro.
Un’altra è partecipare alle decisioni che riguardano un campionato nel quale giochi già da protagonista.
La Serie A ha bisogno di crescere. Su questo faccio fatica a trovare argomenti contrari. La Premier League continua a dominare il mercato globale grazie a una distribuzione internazionale impressionante. Anche Liga e Bundesliga hanno costruito strategie molto aggressive sui mercati esteri.
Il campionato italiano, invece, è rimasto spesso legato al valore del proprio pubblico nazionale.
Oggi questo modello non basta più.
I ricavi domestici sono cresciuti molto meno rispetto ad altri campionati e la concorrenza internazionale è diventata enorme. Champions League allargata, Mondiale per Club, tornei estivi e piattaforme streaming hanno cambiato completamente il mercato.
Per questo la Lega cerca capitali esterni.
L’operazione ricorda da vicino quanto accaduto in Spagna e Francia. Anche LaLiga e Ligue 1 hanno aperto le porte ai fondi di private equity per finanziare lo sviluppo commerciale dei rispettivi campionati. La Serie A osserva quei modelli e prova a costruire una struttura simile, affidandosi come advisor finanziario a JP Morgan.
Non è un dettaglio secondario. Significa che il progetto non nasce oggi, ma viene studiato da mesi. L’obiettivo dichiarato è creare una società più competitiva nella vendita del prodotto Serie A all’estero. Ma c’è un rischio che nessuno può ignorare.
Immaginiamo una trattativa internazionale per vendere i diritti televisivi in un grande mercato asiatico. Oppure una partnership globale con uno sponsor. Se Oaktree partecipasse alla società commerciale, qualcuno potrebbe sostenere che il fondo abbia un interesse doppio: valorizzare il campionato e, indirettamente, valorizzare anche il club che possiede.
Anche se tutto fosse gestito nel pieno rispetto delle regole, la percezione pubblica diventerebbe un tema enorme. E nel calcio la fiducia vale quasi quanto il regolamento.
Alcuni club, secondo indiscrezioni, avrebbero già espresso dubbi sull’opportunità dell’operazione. Non esiste ancora una posizione ufficiale della Lega, ma il tema è entrato nel dibattito interno proprio perché l’identità di uno dei fondi interessati cambia completamente la natura della discussione.
Non si parla soltanto di soldi. Si parla di equilibrio competitivo.
C’è poi un aspetto economico che considero fondamentale. Vendere una quota significa ricevere liquidità immediata, ma anche condividere una parte dei ricavi futuri. È il classico compromesso del private equity: oggi incassi una cifra enorme, domani dividi i profitti con un investitore.
La domanda diventa quindi molto semplice.
Quanto vale oggi il futuro della Serie A?
Se il fondo riuscisse realmente a moltiplicare i ricavi internazionali, la scelta potrebbe rivelarsi vincente. Se invece la crescita non arrivasse, il campionato avrebbe ceduto una parte del proprio business senza ottenere il salto di qualità sperato.
Esiste anche un precedente importante. Nel 2021 la Serie A aveva già tentato un’operazione simile, vendendo una quota della media company nazionale a un consorzio guidato da CVC. Il progetto saltò perché non ottenne il numero di voti necessario tra i club. Anche questa volta servirà una maggioranza qualificata: almeno 14 società su 20 dovranno approvare qualsiasi accordo definitivo.
Questo significa che nessun fondo può sentirsi già vincitore. L’ultima parola spetta alle società.
Dal punto di vista strategico, però, capisco perfettamente perché tanti club americani spingano verso questa soluzione. Oggi molte proprietà della Serie A arrivano dagli Stati Uniti e hanno una visione molto diversa rispetto al passato. Considerano il campionato un prodotto globale, da sviluppare attraverso marketing, contenuti digitali, eventi internazionali e nuove piattaforme.
La partita non riguarda soltanto il pallone. Riguarda il modo in cui il calcio italiano vuole presentarsi al mondo.
Personalmente credo che la Serie A abbia bisogno di investimenti, ma ancora di più ha bisogno di regole trasparenti. Se Oaktree dovesse entrare davvero nella nuova società, la separazione tra il ruolo di proprietario dell’Inter e quello di investitore nella media company dovrebbe essere assolutamente blindata.
Nessun accesso privilegiato. Nessuna influenza sulle decisioni sportive. Nessun vantaggio competitivo. Solo così l’operazione potrebbe essere percepita come un’opportunità e non come un rischio.
Questa vicenda, secondo me, va oltre l’Inter. Rappresenta il futuro della governance del calcio italiano. I fondi entreranno sempre di più nello sport europeo, e la Serie A deve decidere se subirli o utilizzarli per crescere mantenendo il controllo del proprio campionato.
La vera domanda, quindi, non è se Oaktree possa investire. La vera domanda è se la Serie A sia pronta a convivere con investitori che, oltre a finanziare il campionato, possiedono già una delle sue squadre più importanti. È una decisione che potrebbe cambiare il calcio italiano per i prossimi quindici anni.
Autore: Davide Ferri – Match analyst
Davide Ferri, 31 anni, è match analyst da cinque anni e collabora con diverse società calcistiche europee. Specializzato in analisi tattica, statistica e sviluppo strategico del calcio moderno, studia prestazioni individuali, modelli di gioco ed evoluzione economica del calcio professionistico, trasformando dati e dinamiche di campo in analisi approfondite e accessibili agli appassionati.
Fonti
- Reuters – Private equity firms Carlyle, Bain, Oaktree readying bids for Serie A international media unit. Reuters
- la Repubblica – Oaktree in gara per i diritti esteri del campionato: lo spettro del conflitto di interessi. la Repubblica
- Forbes Italia – Da Oaktree a Nextalia: quali sono i fondi in corsa per i diritti internazionali della Serie A. Forbes Italia
