La Serie A vuole più gioco effettivo e meno interruzioni, ma Ezio Simonelli ammette che il nuovo metro arbitrale può portare anche qualche errore in più. Analizzo il nuovo corso degli arbitri, il ruolo del VAR, l'assenza di rigori nelle prime giornate e il confine tra fluidità e precisione.La Serie A vuole più gioco effettivo e meno interruzioni, ma Ezio Simonelli ammette che il nuovo metro arbitrale può portare anche qualche errore in più. Analizzo il nuovo corso degli arbitri, il ruolo del VAR, l'assenza di rigori nelle prime giornate e il confine tra fluidità e precisione.

C’è una frase che, più di qualsiasi statistica delle prime giornate, secondo me racconta la direzione che la Serie A vuole prendere. Il presidente della Lega Serie A Ezio Simonelli ha promosso il nuovo orientamento arbitrale, quello che punta ad avere meno interruzioni, meno fischi e soprattutto più minuti di calcio effettivamente giocato. Il concetto è semplice: il nostro campionato deve diventare più dinamico e avvicinarsi agli standard delle grandi competizioni europee. Ma dentro questa rivoluzione c’è una conseguenza che non può essere ignorata: lasciando giocare maggiormente, bisogna accettare la possibilità che aumentino anche gli errori.

Da match analyst considero il principio interessante, perché una delle caratteristiche che distinguono maggiormente le partite non è soltanto il numero di occasioni create, ma la continuità con cui vengono costruite. Ogni interruzione spezza ritmo, pressing, transizioni e inerzia psicologica. Una squadra che sta dominando territorialmente può perdere pressione attraverso una sequenza di falli, proteste e riprese lente. Ridurre queste interruzioni significa modificare concretamente la partita, non semplicemente renderla più piacevole da guardare. Ed è proprio qui che il discorso arbitrale diventa anche tattico.

Il problema nasce quando alla ricerca della fluidità viene associata l’accettazione dell’errore. Personalmente ritengo che sia necessario distinguere due concetti. Un arbitro che decide di non interrompere il gioco per ogni contatto leggero sta applicando un metro. Un arbitro che non concede un calcio di rigore evidente sta invece commettendo un errore. Le due situazioni non possono essere messe sullo stesso piano. Il rischio è che dietro la formula del “lasciare giocare” finisca per nascere una zona grigia nella quale diventa difficile capire dove termini la nuova interpretazione e dove inizi semplicemente una valutazione sbagliata.

Le prime giornate hanno già prodotto un dato estremamente particolare: nelle prime venti partite della Serie A 2026/27 non è stato assegnato neppure un calcio di rigore. È la prima volta, dal ritorno del campionato a venti squadre nella stagione 2004/05, che si verifica una situazione del genere dopo due giornate. Non considero automaticamente questo numero un problema. Potrebbe semplicemente significare che non si sono verificati episodi sufficientemente evidenti. Ma quando lo stesso responsabile arbitrale riconosce che in almeno alcune circostanze la decisione corretta sarebbe stata differente, allora il dato diventa più interessante.

Il nuovo corso arbitrale guidato da Daniele Orsato punta proprio a modificare alcuni automatismi ai quali il calcio italiano si era abituato. Per anni abbiamo visto partite nelle quali qualsiasi minimo contatto provocava una caduta e immediatamente una richiesta di intervento. I calciatori stessi hanno imparato ad adattarsi. Quando sanno che un arbitro fischia molto, cercano il contatto. Quando comprendono che il direttore di gara lascia correre, sono invece costretti a rimanere maggiormente in piedi. Cambiare il metro arbitrale significa quindi cambiare indirettamente anche il comportamento dei giocatori.

Su questo punto sono favorevole alla nuova direzione. Voglio vedere difensori che possano utilizzare il corpo senza temere che ogni contatto venga trasformato in fallo. Voglio attaccanti concentrati sulla conclusione dell’azione e non sulla ricerca immediata del terreno. Voglio centrocampisti capaci di vincere un duello e far partire una transizione senza vedere l’arbitro interrompere tutto per una situazione marginale. Il calcio moderno è velocità, intensità e continuità. Se ogni trenta secondi il pallone si ferma, una parte importante dello spettacolo scompare.

Allo stesso tempo, però, non credo che si debba trasformare l’errore in un prezzo inevitabile da pagare. La tecnologia è entrata nel calcio proprio per ridurre gli errori determinanti. Il VAR non deve diventare il protagonista della partita, ma nemmeno sparire quando esiste un episodio chiaramente correggibile. L’obiettivo dovrebbe essere quello di intervenire poco e bene. Meno revisioni non significano automaticamente arbitraggio migliore, esattamente come più revisioni non significano automaticamente maggiore giustizia.

C’è anche una questione psicologica. Se giocatori e allenatori percepiscono che la soglia dell’intervento è diventata molto più alta, inizialmente aumenteranno inevitabilmente proteste e incomprensioni. Servirà tempo perché tutti comprendano il nuovo metro. La coerenza diventa quindi fondamentale. Se un contatto viene giudicato regolare a Milano, deve essere interpretato nello stesso modo a Roma, Torino o Napoli. Il problema storico dell’arbitraggio non è mai stato soltanto l’errore, ma la sensazione che situazioni simili possano produrre decisioni completamente differenti.

Simonelli ha sottolineato come il nuovo orientamento abbia prodotto partite più dinamiche e una quantità maggiore di gioco effettivo. È un risultato che considero importante. Da anni il calcio italiano discute della necessità di aumentare intensità e ritmo per competere meglio in Europa. Non possiamo chiedere un campionato più veloce e contemporaneamente pretendere che l’arbitro interrompa qualsiasi contatto. Le due cose sono incompatibili. Bisogna quindi trovare un equilibrio e probabilmente le prime giornate rappresentano proprio una fase di assestamento.

Anche Orsato ha indicato una linea molto precisa: il VAR deve intervenire quando esiste un errore chiaro, non diventare un secondo arbitro che rigiudica qualsiasi episodio attraverso dieci rallenty. È un principio che condivido. Una partita vista fotogramma per fotogramma diventa uno sport differente. Un contatto che a velocità reale appare normale può sembrare violentissimo se rallentato venti volte. Il calcio, però, viene giocato a velocità reale.

La frase di Simonelli secondo cui bisogna mettere in conto qualche errore in più è quindi provocatoria soprattutto se viene isolata dal resto del ragionamento. Il presidente della Lega non sta chiedendo arbitraggi meno accurati. Sta sostenendo un modello nel quale il direttore di gara deve avere maggiore autonomia e il gioco deve essere interrotto meno frequentemente. Ma proprio perché la frase è forte, credo sia giusto interrogarsi sul limite oltre il quale questo compromesso non può spingersi.

Io sono disposto ad accettare che un arbitro non fischi un piccolo contatto a centrocampo. Sono disposto ad accettare che una partita diventi più fisica. Sono perfino favorevole a vedere qualche protesta in più nelle prime settimane se questo serve a educare i giocatori a non cadere automaticamente.

Non sono invece disposto a considerare normale un errore decisivo semplicemente perché vogliamo aumentare il tempo effettivo.

Sono due obiettivi che devono convivere.

Le dichiarazioni dei protagonisti confermano che siamo davanti a un vero cambio culturale. Simonelli ha difeso l’aumento del gioco effettivo e la volontà di ridurre le interruzioni, riconoscendo che una maggiore libertà concessa agli arbitri può comportare anche qualche valutazione sbagliata. Orsato, dal canto suo, ha ribadito la necessità di non trasformare il VAR in uno strumento invasivo e di lasciare maggiore centralità alla decisione presa sul terreno di gioco.

Il vero esame arriverà quando questa filosofia incontrerà il primo grande episodio capace di decidere uno scontro diretto. Finché parliamo di statistiche generali, la discussione rimane tecnica. Quando un possibile rigore non concesso deciderà una partita tra due squadre che lottano per lo Scudetto, per l’Europa o per la salvezza, allora capiremo quanto il sistema sarà realmente disposto a difendere questa linea.

Personalmente credo che la strada sia corretta, ma soltanto a una condizione: lasciare giocare deve significare aumentare la qualità del calcio, non abbassare la qualità delle decisioni. Più ritmo, meno interruzioni e meno protagonismo arbitrale sono obiettivi che condivido pienamente. Ma il miglior arbitro rimane quello che riesce a essere invisibile senza diventare assente.

Perché alla fine il pubblico non va allo stadio per vedere il VAR.

Non va nemmeno per vedere l’arbitro.

Va per vedere il calcio.

E se questa nuova filosofia riuscirà davvero a restituire minuti, intensità e continuità alle partite senza trasformare gli errori decisivi in qualcosa da accettare con rassegnazione, allora la Serie A avrà fatto un passo avanti importante. Se invece “più gioco” finirà per diventare la giustificazione di “meno precisione”, la polemica è appena cominciata.

Autore: Davide Ferri – Match analyst

Davide Ferri, 31 anni, è match analyst da cinque anni e ha maturato esperienza attraverso contratti e collaborazioni con diverse società europee. Il suo lavoro è concentrato sull’analisi tattica e statistica delle partite, sullo studio dei modelli di gioco e sull’interpretazione delle dinamiche di campo, con particolare attenzione a ritmo, pressing, transizioni e agli episodi che possono modificare l’andamento di una gara.

Fonti: Lega Serie A, Corriere dello Sport, La Gazzetta dello Sport, ANSA, Sky Sport.

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